mercoledì 9 ottobre 2013

>>>Il primo impiego non si scorda mai






A poco più di un mese  dalla fine delle scuole, Clea aveva già
trovato il suo primo impiego. Nonostante le alzatacce, la corriera,
2 autobus, il sabato mattina lavorativo, il corso all'IBM nella pausa
pranzo ed il rientro a casa non prima delle otto di sera, Clea era
entusiasta.  La nuova vita in città, l'autonomia, le nuove amicizie,
tutto proprio tutto, era molto eccitante. Le  piaceva la pausa del mezzogiorno,
quando scendeva dall'autobus in prossimità del Duomo  e comprava i
tramezzini al bar nell'angolo, percorreva poi a piedi un piccolo  tratto  della
Via Emilia e saliva all'ultimo piano di quell'antico palazzo, lassù, con vista
sui tetti della sua città. 2 ore di corso, e  poi di corsa in ufficio.
Ad essere sinceri, la vita in ufficio non era molto rilassata.
A quei tempi, le richieste alla pubblica amministrazione, le  pratiche
legali, ecc,. venivano  battute a macchina su carta bollata.
Le macchine da scrivere non erano dotate di cancelletto, non si
potevano fare cancellature e la carta bollata era costosa.
Il lavoro di Clea, consisteva, quasi esclusivamente, nel
battere domande a macchina su carta bollata e per
  completare, l'ufficio,  era aperto al pubblico. A compensare le tensioni accumulate
sulla tastiera della macchina da scrivere, fu  il  primo stipendio (allora in busta paga cartacea),
prima conferma di uno status di autonomia,
nonostante  quest'ultimo, risultasse appena sufficiente per coprire le spese
di viaggio e lo spuntino del mezzogiorno.
 In una grigia mattina all'inizio dell'inverno, mentre  Clea era concentratissima nella battitura
 a macchina di un documento, entrò in ufficio un
signore di mezza età (a quei tempi i quarantenni erano  già di mezza età, vedi Marchesi e
' che bella età la mezza età ' se non sapete chi era, vuol dire che non siete di mezza età). Questo signore
con la massima serietà e apparente tranquillità si avvicinò
al banco  e rivolgendosi al capufficio, casualmente e  fortunatamente in
 in sala pubblico, disse:
"Ho ammazzato mia moglie"
Tanto per precisare quello in questione, non era  un ufficio di polizia,ne
tanto  meno l'attività  che vi si svolgeva
aveva legami di qualsiasi tipo con addetti alla
pubblica sicurezza, ne all'ordine pubblico.
La Clea, a quel tempo, si trovava in quell'età in cui  si tende a vivere le esperienze in modo avventuroso,
quasi non fossero reali,  come se la drammaticità della situazione fosse una finzione.
'Caspita- pensò- costui è proprio fuori di testa.' e fingendo la massima indifferenza continuò a
battere sui tasti un pò a caso (ammettiamolo), mentre con un occhio sbirciava l'espressione  del
capufficio.  E meno male che per capufficio c'era il buon vecchio Gino che  affrontò la   situazione
con una calma ed una padronanza da fare invidia ad uno psicologo-criminologo di grande esperienza...
mentre lui era solo un ragioniere-
Dunque. Tornando ai fatti.
Il Gino mise a proprio agio il presunto uxoricida, impostando la conversazione in modo tutto naturale,
come si trattasse di un dialogo tranquillo tra persone in attesa in una sala d'aspetto.
"Ma come è successo? "chiese, come si trattasse di un banale incidente domestico.
Il tizio iniziò a raccontare in modo un pò confuso, ma con evidente sincerità  e sgomento, l'accaduto
svoltosi poco prima nel suo appartamento.
Raccontò  di una lite con la moglie che lo assillava da tempo con ripetute lamentele e richieste, raccontò
di aver perso il controllo e di aver colpito ripetutamente la moglie alla testa con una padella, fino a quando
la poveretta non era caduta a terra senza dare più segni di vita.
Il Gino cercò di tranquillizzarlo ripetendogli che si trattava di un incidente e  che probabilmente sua moglie
aveva bisogno di essere solamente curata.
 La pazienza del Gino fu immensa, non fu facile convincere il presunto uxoricida che la soluzione migliore era contattare un medico
per curare la moglie. Naturalmente una volta convinto ,
il Gino invece di chiamare il medico chiamò il 113. Il poveretto si lasciò poi portare via rassegnato.
La mattina proseguì con una breve chiusura dell'ufficio ed un happy hour nel bar vicino
con aperitivo analcolico e patatine, offerto dal Gino alla Clea che aveva imitato il self-control drl suo capo restandosene
buona buona e tranquilla alla sua scrivania.


P.s.:
Il giorno seguente la polizia informò il Gino e la Clea che fortunatamente la Signora  in questione,
vittima delle percosse ricevute dal marito era stata trovata senza conoscenza, ma ancora viva ed
era stata  ricoverata in ospedale con una prognosi di alcune settimane.

4 commenti:

  1. Cavoletto, eri alle dipendenze di Tom Ponzi?

    RispondiElimina
  2. No,no. La Clea non faceva la spia, solo cambi di targa, immatricolazioni, bollì ....non per molto tempo però.

    RispondiElimina
  3. sempre simpatici questi tuoi post

    RispondiElimina
  4. Grazie Dr. Soffio Scusate il ritardo, ma sono in pieno trasloco

    RispondiElimina

DIMMI